L’abitudine a lavarsi le mani

Oggi è generalmente riconosciuta da tutti l’importanza del lavarsi le mani, non solo come buona norma igienica per l’individuo stesso e per la sua sicurezza, ma soprattutto come gesto “sociale” in qualità di primo e più importante fattore limitante la diffusione delle infezioni, ospedaliere e non. Ma non è sempre stato così. Siamo negli anni 40 dell’Ottocento, al General Hospital di Vienna, dove nascono più di 7000 bambini l’anno. Nello stesso ospedale, però, ogni anno muoiono circa 600-800 madri a causa della così chiamata “febbre da parto”, causata per lo più da Streptococchi, batteri gram positivi. Un assistente ostetrico di nome Ignaz Semmelweis, nota e dimostra, grazie a un’attenta revisione delle statistiche dell’ospedale, che delle due divisioni dell’ospedale stesso, una ha un tasso di mortalità 10 volte maggiore dell’altra.

La prima è un’unità di insegnamento nella quale i parti sono effettuati da ostetriche assistite da studenti. Nella seconda, invece, esclusivamente dalle ostetriche. L’istruzione degli studenti che assistono le ostetriche nella prima divisione prevede anche la partecipazione ad autopsie, durante le quali talvolta possono capitare anche deceduti per febbre puerperale ed altre infezioni. Semmelweis ipotizza che ci sia una correlazione e che il lavaggio superficiale delle mani dopo queste autopsie provochi la diffusione di “particelle invisibili di cadavere” – di batteri – per contatto diretto con le madri durante il parto. A riprova di ciò, nell’anno 1847, Semmelweis richiede l’utilizzo di una soluzione di cloro per il lavaggio delle mani “fino a quando non fossero scivolose e l’odore del cadavere scomparso”. I risultati parlano da sé: alla fine dell’anno i tassi di mortalità della prima divisione si abbassano ai livelli della seconda e entrambe scendono sotto il 2%.